Per decenni, il “patto formativo” è stato in molti casi un baratto quasi feudale: il trasferimento del sapere in cambio di un’infaticabile manovalanza a costo ridotto. Oggi, quell’ingranaggio si è rotto. Se l’AI può setacciare i database in pochi secondi, un talento non accetta più di fare la “fotocopiatrice umana” in cambio di un rimborso spese.
Il problema non è che i giovani siano “meno brillanti” o “svogliati”, è che il mercato del lavoro è cambiato. Se un neolaureato in economia o legge può trovare posizioni in aziende tech o multinazionali con smart working e stipendi competitivi, perché dovrebbe chiudersi in uno studio a registrare fatture?
Qui entra in gioco l’AI. L’errore che molti studi stanno commettendo è vedere l’intelligenza artificiale come un modo per tagliare i costi del personale. La realtà è l’opposto: l’AI è l’alleata che permette di saltare la fase delle fotocopie per passare direttamente all’analisi, rendendo la carriera professionale di nuovo stimolante, moderna e attraente.
Se state cercando un candidato ideale, ecco le tre qualità che oggi pesano più di un voto di laurea:
- l’audacia digitale: non cercate chi “sa usare il software”, ma chi ha la curiosità di sfidarlo. Il praticante ideale oggi è quello che vi dice: “Ho testato questo tool di AI, può dimezzare i tempi di revisione dei controlli sulle dichiarazioni”;
- il dubbio metodico: in un mondo di risposte generate da algoritmi, il valore umano sta nella domanda. La capacità di verificare l’output dell’AI è la nuova frontiera della competenza legale e fiscale;
- l’empatia strategica: l’AI non sa (ancora) gestire la rabbia di un cliente che riceve un avviso di accertamento, né adattare le risposte tecniche all’interlocutore (che sia un CFO, un piccolo commerciante, o un giovane startupper). Cercate candidati con intelligenza emotiva.
Ma il cambiamento non riguarda solo i “nuovi candidati”, ma soprattutto chi dovrà guidarli. Ecco allora quattro domande scomode per la vostra prossima riunione di studio:
- se l’AI riduce dell’80% il tempo per le attività di routine, cosa farete fare al vostro praticante nel tempo che avanzerà? Avete un piano formativo per trasformarlo in un consulente?
- perché un talento dovrebbe scegliere il vostro studio rispetto a una azienda o altri studi più strutturati? Offrite flessibilità e tecnologia, o siete ancora troppo ancorati ai modelli tradizionali?
- siete pronti a schierarvi al fianco dell’”ultimo arrivato”, agendo da mediatori e protettori dell’innovazione di fronte alle inevitabili resistenze di chi, in studio, resterà ancorato al “si è sempre fatto così”?
- come pensate di gestire un errore causato da un’allucinazione dell’AI utilizzata da un vostro collaboratore? Avete protocolli di supervisione adatti all’era digitale?
Oggi il praticante ha smesso di essere un semplice vivaio da plasmare per diventare il ponte digitale necessario alla sopravvivenza dello studio.
Reclutare nell’era dell’AI impone un nuovo paradigma selettivo rappresentato dalla capacità critica deve prevalere sul nozionismo.
Il patto formativo cambia pelle: non si offre più solo il passaggio di un testimone, ma un progetto di co-creazione. La proposta di valore non può più limitarsi al classico ‘vieni a imparare il mestiere’, ma deve evolversi in un audace ‘vieni a reinventare, insieme a me, il modo di essere professionisti’.
Discuteremo anche di questo tema alla Tavola rotonda Professioni 4.0: l’Intelligenza Artificiale tra etica, diritto e mercato, il prossimo 26 marzo 2026 a Piacenza. L’incontro nasce con l’ambizione di definire una nuova architettura etica per l’IA, fornendo strumenti per ripensare l’identità professionale in un mercato che cambia velocemente.
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